mamma bambinoLa parola disciplina deriva dal latino discere, cioè imparare.

Mentre l’educazione ha un obiettivo molto più ampio, nel caso della disciplina l’obiettivo è  di insegnare al bambino a trovare un modo di agire che sia rispettoso di se stesso, di chi ha intorno e del suo ambiente.

La fiducia, la base di tutto

Le basi della disciplina non si mettono a partire da una certa età, ma fin da subito.  Quando rispondiamo ai bisogni del nostro bambino, immediatamente, con solerzia e dedizione, stiamo costruendo un rapporto solido fatto di certezze: il bambino sa che ci siamo e che facciamo di tutto per farlo stare bene.

Tutte le volte che lo abbiamo rassicurato, gli abbiamo spiegato cose che non conosceva, abbiamo giocato con lui, lo abbiamo coccolato, contenuto, nutrito, gli abbiamo garantito la nostra presenza, la nostra attenzione, la parola data, abbiamo mostrato la nostra affidabilità.

Il bambino sa che può fidarsi, che non gli mentiamo, che non lo inganniamo, che il nostro interesse è farlo stare bene, per questo si fida di noi anche come mediatori tra lui e il mondo, perché sa che siamo in grado di guidarlo.

Con noi si sente sicuro e quindi non mette in dubbio la nostra parola.

I tre passi della disciplina

A seconda della maturità e dell’età del bambino è necessario agire di conseguenza. Non possiamo pretendere una disciplina ferrea da un lattante, occorre andare per gradi e avere pazienza ma anche molta fermezza.

Prima fase: distrarre (bimbi sotto l’anno e ½)

I bambini più piccolini si lasciano distrarre con molta facilità, con un po’ di entusiasmo sposterete facilmente l’attenzione su qualche altro oggetto o attività che non sia proibita o dannosa.

Se un bambino piccolo vuole mettere le dita nella presa elettrica è inutile spiegare che è pericoloso perché può prendere la scossa e finire all'ospedale. Per lui quello che dite non ha alcun significato e per questo imparerà che non sapete dargli delle risposte comprensibili fidandosi sempre meno della vostra guida. Se lo sgridiamo o reagiamo eccessivamente mettiamo un muro tra di noi, perché lui non capirà per quale motivo stiamo punendo i suoi primi passi alla scoperta del mondo. Non avrà nessuno stimolo a farci partecipi del suo mondo e delle sue scoperte, perché avrà timore che manifestiamo sempre le stesse reazioni.

Cosa è possibile fare

Tra il lasciar fare tutto e il reagire eccessivamente c’è la via della fermezza gentile. Possiamo dire “Ma come ti piace la presa della corrente! Però questo non si può toccare perché è pericoloso.” Lo prendete in braccio e lo mettete in un luogo più sicuro, ma altrettanto interessante, per esempio potete farlo giocare con un paio di chiavi o con le posate, che fanno un gran bel rumore. “Ecco, questo gioco sì che puoi farlo, senti che rumore, ma che bello!”

Quando arriveranno al momento in cui non basterà semplicemente distoglierli da ciò che stanno facendo, perché continueranno a protestare, significa che sarà il momento di usare nuove strategie.

Seconda fase: indirizzare (2-3 anni)

In questa fase i bambini non riescono ad esprimersi ancora in modo perfetto, ma sono molto sensibili alle vostre spiegazioni. E soprattutto imitano molto il vostro comportamento.

Vediamo in pratica come ci possiamo comportare

Esempio 1

Il tuo bambino vuole a tutti i costi mangiare il suo cioccolatino, va verso la credenza e la apre. Ma manca poco all’ora di cena e non volete che si rovini l’appetito.

Cosa fare: potete permettergli di mangiare, se proprio non riesce a resistere, un pezzettino di carota, o di pane, in questo modo andate incontro al suo desiderio senza per questo che ci sia danno. Naturalmente è molto importante spiegare il perché delle nostre azioni: “Adesso la mamma non ti permette di mangiare il cioccolato, però se proprio hai fame ti darò una piccola sorpresina: guarda che bella carotina, vediamo che denti forti che hai, riuscirai a mangiarla tutta?”

La differenza con il semplice distrarre è palese: in questo caso avete messo in chiaro che quella cosa proprio non si può fare, perché voi non siete d'accordo. E, data la vostra autorità, la vostra volontà non si discute.
In questo periodo è inutile fare grandi discorsi, ben più importante è l’esempio pratico

Esempio 2

Può capitare che il bambino mostri aggressività, che vi morda o vi picchi. Invece che picchiarlo a vostra volta, perché credete che in questo modo capisca che vi fa male, comportatevi all’opposto, fategli capire che vi fa male con l’espressione del viso e dicendo “Ahi!”, poi prendete la sua manina e fatevi fare una carezza. Ora ditegli “questo sì che piace alla mamma, tu sei tanto bravo a farmi le coccole, fammele sempre!” e coccolatevi a vicenda.

Usare sempre il grado positivo nelle nostre richieste

Un altro piccolo trucco per farvi ascoltare ci deriva da una giusta comunicazione: usate sempre le frasi al positivo. Molto spesso i bambini non ci ascoltano non perché non vogliano, ma perché non riescono… vi siete persi nella frase?

Questo è quello che prova il bambino quando gli dite: “Attento a non cadere” “Non devi piangere” “Non si può fare”

Il bambino spesso non capisce effettivamente cosa gli state chiedendo, inoltre, dal punto di vista psicologico, parlare al positivo da al bimbo un’alternativa, piuttosto che criticare quello che sta facendo.

Abituatevi allora a dirgli cosa può fare, invece di che cosa non deve: "Attaccati bene alla ringhiera!" "Stai bene attento a dove metti i piedi!" "Cerca di comportarti così"

Esplicitare cosa stiamo richiedendo

Dire semplicemente “comportati bene” spesso non è significativo per il bambino: dovete dire cosa significa per voi comportarsi bene: “Oggi quando saremo nella sala d’aspetto del dottore, vorrei che stessi seduto al tuo posto a giocare con i tuoi giochini e parlassi a voce bassa. Dovrai avere un po’ di pazienza, ma vedrai che faremo in fretta e poi andremo ai giardinetti a giocare”

Terza fase: il vero senso della disciplina: il dialogo

Non esiste il momento preciso in cui passi da una fase all’altra della disciplina, semplicemente, mentre tuo figlio cresce, ti verrà naturale addentrarti sempre più verso un dialogo, poiché, verso i 2 anni e mezzo, il tuo “no” farà scaturire la classica domanda dei bambini: “perché?”

Adesso è arrivato il momento in cui potete far riflettere il vostro bambino:

1. su cosa ha fatto: “cosa è successo?”
2. quale era la sua reale intenzione: “tu cosa avevi intenzione di fare realmente?”
3. quali sono le conseguenze del suo agire: “invece cosa hai ottenuto?”
4. su come avrebbe potuto evitare tali conseguenze: “cosa avresti potuto fare invece?”
5. come ora può rimediare: “adesso cosa facciamo?”
6. se quello che ha provato gli è servito per imparare come comportarsi in un’altra occasione simile: “la prossima volta come ti comporterai?”

Questo è uno schema molto semplificato, ma che, se tenuto presente, potrebbe venirvi utile.

Un esempio pratico

Vostro figlio ha litigato con un suo amichetto e la maestra vi ha richiamato. Come vi comportate?

Potreste metterlo in punizione o sgridarlo, fino a far nascere in lui un senso di vergogna o ribellione.

Ma potreste anche seguire un’altra strada, una strada costruttiva: potete sedervi accanto a lui, guardarlo negli occhi e dirgli che volete parlargli. Potete tenerlo in braccio, se l’età del bambino è adatta, oppure appoggiare la mano sulla sua spalla o sul braccio, per avere un contatto fisico. Quando sentirai che è pronto a parlare chiedigli, in tono normale: Mi puoi dire cosa è successo?”
«Marco mi ha preso in giro, io gli ho dato un calcio»
“Credi di aver risolto il problema?”
«Mi prende sempre in giro»
“Sì, però in questo modo, oltre che essere stato preso in giro da lui, sei stato anche messo in punizione dalla maestra. Secondo te, cosa avresti potuto fare per risolvere la questione in modo migliore?”
«Potevo non ascoltarlo e andarmene»
“Sì, potevi anche raccontare a me o alla tua maestra di questo problema. Per esempio avremmo potuto invitarlo a casa nostra: se ti conoscesse bene, non ti prenderebbe affatto in giro, ma sareste amici. Allora la prossima volta come ti comporterai?”
«Lo lascerò fare e poi verrò a dirlo a te, ma non alla maestra»
“Va benissimo, devi fare quello che ti senti. Devi sapere che i bambini un po’ prepotenti si comportano in questo modo perché anche loro vengono trattati allo stesso modo dagli adulti. Lui forse non vuole offenderti ma è abituato ad interagire in questo modo con le persone. Se tu vuoi posso chiedere a sua mamma di portarlo a casa nostra a giocare, un giorno.”
«Ma io mi arrabbio lo stesso»
“Lo so, e ne hai tutte le ragioni, come avevi tutte le ragioni per arrabbiarti l’altro giorno. Quello che però non tollero è il ricorso alla violenza. Ora che sai come comportarti sono sicuro che la maestra non mi richiamerà più. Se succede ancora qualcosa di spiacevole, cerca di trattenerti e poi vieni a parlarne con me, cercheremo insieme la soluzione più adatta.”

Questo è un esempio di possibile dialogo con vostro figlio, semplificato al massimo.

Se il bambino sente che siete dalla sua parte, non lo giudicate, lo capite, sarà propenso al dialogo e soprattutto capirà la vostra posizione, meglio ancora se gli portate un esempio di quando voi eravate piccoli e vi è successa la stessa cosa. Raccontategli la vostra storia e come siete usciti dal suo stesso problema.

L’importanza delle buone maniere

Un bambino percepisce ancora di più il potere di una persona quando questa non perde le staffe, ma si mantiene tranquilla e capace di comunicare, emanando allo stesso tempo sicurezza nella propria capacità di controllare la situazione.

L'utilizzo delle buone maniere rende bene questo controllo e dovrebbe essere la regola nei rapporti all'interno della famiglia. Se si chiede "per favore" a un estraneo, a maggior ragione lo dobbiamo chiedere a nostro figlio, al nostro partner, alle persone importanti della nostra vita, che vivono per noi.

Se vi abituate a usare un tono cortese in famiglia, vedrete che i bambini (anche piccolissimi) appena cominceranno a parlare useranno lo stesso tono con voi. E non c’è niente che metta di buon umore una mamma come il sentirsi dire “per favore” “grazie” per il lavoro che fa.

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